Una mia esperienza di come “Tutto è uno”

Tutto è uno.
Tutto (materia, corpo, emozione, mente, anima, spirito) coincide, il caso non esiste.

Io sento queste cose e voglio condividere una mia esperienza per indicare più chiaramente cosa intendo dire. Sento di cominciare raccontando qualcosa su alcuni dei componenti della mia famiglia di origine, in particolare su mio nonno, il rapporto che mi ha formato più profondamente. Sono cresciuto come figlio unico di due figli unici, e con i nonni paterni. Ho passato molto tempo con questi nonni, Tolmino e Celsa: in particolare passavo alcuni mesi ogni anno solo con loro, durante le vacanze.
La seguente storia di Tolmino è stata per me una rivelazione quando la ho saputa da mio padre.

Nel 1944 i nazisti arrivarono al paese di mio nonno Tolmino, Marzabotto (BO), e lui si trovò in una fila di uomini e ragazzi a cui veniva chiesto se erano in grado di lavorare. Lui e i suoi amici si chiedevano quale fosse la risposta migliore.

Tolmino rispose che era abile al lavoro e venne portato a Bologna per essere successivamente mandato nei campi di lavoro in Germania.

Chi rispose che non era abile al lavoro venne ucciso poco dopo, come in quei giorni avvenne a decine di persone, di ogni genere ed età, sul vicino monte Sole.

Tempo dopo mio nonno riuscì a fuggire dalle caserme dove era prigioniero a Bologna: c’erano aperture nei muri di recinzione, che da alcuni erano utilizzati per entrare nelle caserme per avere qualcosa da mangiare. Il nonno uscì da uno di questi buchi e riuscì a trovare rifugio in una soffitta in città.

Dopo la fine della guerra, Tolmino diventò più burbero e silenzioso, ed era capace di enormi esplosioni di rabbia quando il comportamento degli altri non era accettabile per lui. 

Sua moglie, nonna Celsa, ha tramandato questa e altre storie di vita e morte da lei vissute in prima persona.

Il mio nonno materno, Violante, è stato a lungo odiato da loro: era un militare fascista, mitragliere sugli aerosiluranti. Anche lui si nascose dopo la fine della guerra, insieme alla sua famiglia, poichè la vendetta contro i fascisti fu simile all’offesa. Io lo ho visto sporadicamente.

Sua moglie, nonna Paola, mi ha cullato alcune volte prima di morire di cancro (o forse di “cure”) nello stesso ospedale dove io sono nato, nel 1977.

Nella mia prima infanzia ho avuto grandissimo amore da tutti i componenti della mia famiglia, e ho anche subito alcune violenze fisiche da parte di mio padre e soprattuto di nonno Tolmino. 

In particolare una volta quando avevo circa 4-5 anni ed ero solo con i nonni in vacanza, Tolmino prese a picchiarmi in modo tale che credetti di morire. Non importa la ragione: mio nonno si arrabbiava come fatto personale, non faceva riferimento a regole o a una giustizia superiore.

Subito provai una grande paura, poi una enorme tristezza, per il fatto di essere ucciso da una persona che comunque amavo. 

Poi rinunciai alla vita, mi rassegnai alla morte.

Uscii dal corpo e andai verso l’alto, vidi la scena da sopra, e salii ancora oltre il tetto della casa, era una gornata di sole in quella bellissima vallata. Non ero più impaurito, ero sereno, leggero, tutto era brillante.

Poi nonna Celsa arrivò urlando “Così lo ammazzi!” e lo fece smettere di picchiarmi. 

Lui smise, e io ricaddi nel mio corpo, come risvegliandomi con un lampo bianco in un misto di paura, silenzio e sorpresa.

Da allora, finchè non ho guardato dentro la paura, ho vissuto in uno stato di shock, con un atteggiamento di minimalismo, sopravvivenza, rinuncia. Avrei potuto essere ucciso, fui salvato, e in tutto ciò non ho avuto il controllo di alcunchè. Per almeno vent’anni ho diffidato delle parole “anima” e anche “amore”.

Ho ricordato l’intera esperienza solo nell’estate 2009; prima avevo solo dei brevi flash di cui non riuscivo a darmi ragione.

Ma anche prima di ricordare, le volte in cui sono stato profondamente disperato sono tornato giù giù fino al sentimento di lasciare questo mondo e ho deciso, per me stesso soltanto, di rimanere una vita, un giorno, un momento di più. Questo è il modo in cui vivo. Rimanere un momento di più. Non importa cosa succede. Bruciare, sentire gli altri bruciare, andare avanti e indietro, essere terrorizzato, come la coda di un gatto, essere gioioso come una montagna durante un terremoto, come una scimmia bonobo che dorme. Semplicemente rimanere. Non ha fine, è fantastico.

In quella esperienza ho ritrovato fede e ironia, e ringrazio i miei nonni per questo.

Oggi ho un ricordo vivido della natura di “anima”.

L’anima non ha nulla a che fare con polarità come bene/male, giusto/sbagliato, ecc. Questi sono modi per fotografare il divenire nella materia, la danza di un infinito frattale. 

Dal punto di vista del’anima, la morte non è nulla di simile a una fine: indica invece ciò che di unico vi è nella vita di ciascuno, ciò che può essere affrontato soltanto da solo.

Mettersi a confronto con la morte, con Il “tutto scorre” dei Greci, con l‘“impermanenza” delle culture orientali, significa specchiarsi e fare risaltare ciò che in ciascuno vi è di eterno.

Nel mondo materiale, il legame con l’unità del tutto è ciò che senti esistere solo per te, ciò a cui non ti è possibile rinunciare.

Questa qualità, questa “anima”, è ciò che siamo quando passiamo il portale chiamato “morte del corpo”.

Il cristiano “Io sono colui che sono” indica questo sentire.

Conosco una storia Zen che un processo esistenziale di riscoperta di sè, e mi dona freschezza ogni volta che la ritrovo. La riporto qui come la ricordo a memoria, inventando il nome del protagonista. La versione orginale si può trovare nel libro “101 storie Zen” edito da Adelphi.

Dopo anni di vita monastica, Takeshi era sconfortato. 

Confidò al suo maestro che non riusciva a raggiungere la illuminazione, e stava pensando tornare al suo paese. Il maestro gli disse di continuare e provare ancora per un mese.

Il mese passò, e Takeshi era molto inquieto: nonostante i suoi sforzi la sua situazione sembrava addirittura peggiorata. Il maestro gli propose di provare ancora una settimana, prima di andarsene.

Takeshi meditò giorno e notte per una settimana, alla fine era stremato e non aveva raggiunto la illuminazione. Andò dal suo maestro sconsolato per comunicargli la sua partenza.

Il maestro gli disse: “Prova ancora tre giorni. Poi, se non ha raggiunto quello che cerchi, faresti meglio a ucciderti.” 

Il secondo giorno Takeshi fu illuminato.

Voglio concludere ricordando una frase di una canzone di Vasco, “Se è vero o no” (B-side dal mini album “Gli spari sopra”):

“Vale la pena farlo se sei sicuro che nessuno lo saprà?”

Questa frase, al di là del contesto già piuttosto esistenziale della canzone, mi è sempre suonata come: 

“Vale la pena essere quello che eternamente sei, farlo qui e ora, solo davanti a te stesso?”

Notes

  1. marcelloperi posted this